Raccontare e raccontarsi in una dimensione odierna, senza cadere in banalismi e in steriotipi convenzionali, risulta abbastanza difficile. Oggi prevale il mito della velocità e della rapidità, alcuni degli aspetti del dio Hermes, in cui la corsa alla comunicazione invade i campi  della nostra professionalità e a mio avviso si sono dimenticati e rimossi altri aspetti di questa divinità, quelli del lato notturno, oscuro, invisibile, aventi a che fare col mondo del regno di Ade.

Ma cosa comporta parlare di Hermes in rapporto alla comunicazione, al sogno e soprattutto all’immaginazione?

Quali connessioni psichiche possiamo trarre da questa strada mitica, dal momento che  Hermes rappresenta “l’archetipo dell’inconscio?” (Jung)

Nel dialogo, ovvero nella comunicazione, così come si racconta nell’Inno Omerico, tra Apollo ed Hermes, ci sono elementi significativi che accompagnano il nostro lavoro; Apollo cerca la luce, la verità, la sincerità; la sua è una coscienza solare, lineare, amante della coerenza e della traiettoria che uccide con le sue frecce. Hermes invece è il signore del commercio, del baratto, dio dei ladri; è messo ai crocicchi  delle strade ed è psicopompo delle anime. Ma soprattutto è il messaggero di Zeus.

Ritorna il tema del messaggio, della notizia, della comunicazione, del potere arrecare  all’altro idee, pensieri, immagini  che vengono dall’alto,dal cielo; ma tende anche a rappresentare il basso, la notte, l’invisibile, muovendosi sulla scena delle trame mitiche come l’unione degli opposti, metaforicamente immaginati nel tema dell’ermafrodito. Se Hermes a che fare con la duplicità della vita/morte, allora la comunicazione non appartiene solo al regno diurno e tutti gli sforzi dell’essere umano di apportare solarità, certezza, ragione, dati obiettivi e sicuri, rappresentano solo un aspetto della comunicazione, alquanto limitante poichè disgiunge la coppia Apollo/Hermes e mette sul trono della comunicazione unicamente il dio del sole.

Nell’Inno Omerico ad Hermes, il dialogo tra i due fratelli  viene segnato da un monologo di Hermes al padre Zeus, in cui sostiene di non aver mentito e di non aver rubato. A questo atteggiamento il padre rispose una grande risata; in termini psichici questo rapporto col lato ermetico lo troviamo spesso negli incontri di psicoterapia, dove inganni, imbrogli, false promesse, scappatoie e scorciatoie, aspetti rimossi e scissi risultano albeggianti e spesso queste modalità mettono il terapeuta in scacco ed attaccano la sua visione del mondo.

Certi se questi eventi vengono visti da un punto di vista moralistico (e sarebbe interessante fare delle riflessioni sulla morale nella relazione terapeutica), rimangono ingabbiati ed imprigionati nella dinamica sclerotizzante padre / figlio: la legge. l’autorità, il potere. Se invece vengono guardati  dal punto di vista della dimensione archetipica ed immaginale  (Zeus/Hermes), allora nel lavoro terapeutico con pazienti affetti da disturbo di personalità e da psicosi, forse questi aspetti mercuriali possono essere delle strade per entrare nella via regia dei complessi, negli aspetti isterici ed istrionici, abbordare le difese paranoiche e penetrare nelle stanze di un castello (quello del paziente)  che sullo scenario del collettivo appare dominato dalla solarità di Apollo, mentre poi nelle stanze regali dell’interiorità appare incapsulato nella paura dell’inconscio.

Nella psicoterapia l’idea che il terapeuta rappresenta il depositario della vita e della conoscenza, mentre il paziente colui che deve solo usufruirne determina una modalità relazionale che non coglie la complessità e le sfaccettature di alcuni disturbi della relazione:” quando l’analista sostiene di essere solo l’analista ed il paziente solo il paziente, c’è un elemento di falsità nella situazione. L’analista che esige la verità e niente altro che la verità, probabilmente è più nel ruolo del confessore, con qualche caratteristica dell’inquisitore, più che essere uno che crede in una psicoterapia sostenuta  dalle immagini di Hermes”( Lopez-Pedraza).

Su questo sfondo mitico della comunicazione possiamo inserire il ruolo e la funzione dell’attività immaginativa che acquista sempre di più un’importanza fondamentale nei processi di comprensione e di cura della psiche sia sul piano individuale che collettivo,dando una diversa lettura dei processi comunicativi, restituendogli una valenza non solo personale ma anche archetipica.

Infatti l‘attività immaginativa rappresenta una sorta di grimaldello che apre le porte della conoscenza e della dimensione comunicativa all’interno della quale sono calati i fenomeni interni ed esterni alla Psiche, intesa questa come totalità della coscienza e dell’inconscio; vero e proprio utensile con cui mettersi all’Opera per vedere in trasparenza e leggere simbolicamente i misteri dello sviluppo della coscienza personale e collettiva, sullo sfondo di una tela su cui si staglia l’inconscio collettivo.

Volgere lo sguardo alle immagini, collocarle in trasparenza, negli spazi dell’Anima, junghianamente intesa anche come Archetipo mercuriale del senso della vita, farsi attraversare in maniera compartecipata e dialogica dalle sue valenze evocatrici, per poi lavorare come uno scultore  fa con un pezzo di marmo informe, estraendo l’invisibile contenuto  in ogni forma apparente. Dare forma, presenza alle immagini, metaforicamente dipingendole, per distanziarle dal proprio Sé e guardare come un dono che l’inconscio personale e collettivo offre in maniera prospettica alla coscienza, un autentico messaggio simbolico che ha qualcosa da comunicare a proposito del passato, del presente e del futuro.

Questo è il compito che aspetta oggi all’uomo che ha fatto della conoscenza simbolica ed etica una delle strade principali dell’esistenza, nutrendo il pensiero di tinture alchemiche  per dare spessore e consistenza al fare creativo. Come ha ben sottolineato C.G.Jung, psicologo analista  di Zurigo, la creatività è un istinto al pari di quelli biologici e l’allontanamento dall’ insopprimibile esigenza dell’Anima umana di creare, modellare, costruire e lasciare una traccia dipinta sulla tela della propria esistenza, può impedire la nascita delle storture del pensiero, il disagio psicologico, ed esistenziale, intesa come blocco dell’energia luminosa, possibilmente favorendo invece, accanto a tutta una serie di condizioni soggettive ed oggettive  l’ingresso sulla scena del monstrum…  e allora “il sonno della ragione genera mostri” (Goya).

Mai come adesso, sul palcoscenico dell’Anima Mundi, albergano comportamenti e comunicazioni distruttive e terribili; Afrodite, dea della bellezza e del sapore profumato della vita, archetipo dalla cui sofferenza, lungo la sua corsa per la morte di Adone, le rose bianche diventarono rosse, il colore dell’energia e della passione, ha lasciato il posto alla presenza dei Titani liberati dagli Inferi dove il potente Zeus li aveva rilegati, dopo aver ristabilito la compresenza del politeismo archetipico, dando esistenza, dignità e voce  alla molteplice che alberga nell’unità.

Le immagini titaniche invece prive di riflessione psichica, come in certe forme di psicopatie, si muovono autonomamente, occupano il topos fuori e dentro la Psiche; la energia distruttiva accompagna la visione monoculare del gigante Polifemo e i  fenomeni che accadono vengono collocati in una visione che tradisce la loro intima essenza immaginale, restando intrappolati in un Logos dorato.

La legge psichica della tolleranza verso la diversità, con i Titani, non riesce a farsi riconoscere; l’acting-out impulsivo agisce senza coscienza, la forza muscolare del corpo si impone e la materia, nella sua forma bassa e mostruosa, primeggia come un sovrano tiranno sul cosmo intero; il gioco tra l’immortale ed il mortale, le storie mitiche raccontate  di incontri furtivi ed inganni ermetici lasciano il posto ad un “terrore senza nome”(Bion). L’istinto scisso dallo spirito si muove autonomamente, mentre la coscienza, allontanatasi dal mito, va in alto per poi cadere giù, nelle profondità, in una terra dura, compatta, non aperta ad essere fecondata dalle acque primordiali dell’energia archetipica creativa che scaturisce dal daimon Eros, archetipo dell’unione tra cielo e terra.

L’attività immaginativa, in tale cornice epistemologica non è qui intesa come una vana fuga nel mondo della phantasia , una speculazione metafisica infantile di ‘stare con la testa fra le nuvole,’ percorrendo voli pindarici, da vette in cui osservare prometeicamente il mondo rimuovendo “la valle del fare Anima”(Keats)”, come spazio psichico e geografico per sperimentare le peregrinazioni delle relazioni umane  le trame e gli intrecci che accadono su palcoscenico della vita.

L’attività immaginativa pertanto non è un contorno estetico che abbellisce poeticamente, come in un quadro di Kandisky, le linee e gli intrecci geometrici del pensiero, come una sorta di pennellata folkoristica per tinteggiare  con le emozioni rigidi astrattismi dell’Io; né tanto meno è un regredire nostalgicamente  verso la dimensione malinconica  di Saturno, in cui le esperidi riempiono il giardino del vivere, in cerca di un immaginale paradisiaco dove la tensione degli opposti viene annullata nella fantasia arcaica dell’uroboros.

L’immaginazione invece è “il centro dell’attività creatrice dello Spirito”(Eliade); è la disposizione dell’Anima, “a vedere in trasparenza”(Hillmann), non letteralizzando gli eventi, ma dando valore metaforico e simbolico, collocando il tutto nella cornice epistemologica in cui l’analogico, i riti, le similitudini e le connessioni psichiche diventano matrici primarie per leggere, comprendere i fenomeni e i processi comunicativi che accadono, dal momento che ”le immagini allargano il cuore”.(Corbin)

Il pensiero, elemento di differenziazione nello sviluppo e nell’evoluzione della coscienza, nell’attuale periodo storico, non affonda più le sue radici nell’humus dei miti e ha girato lo sguardo verso il tramonto ..il sol niger  è comparso all’orizzonte; la nigredo è seduta sul trono della direzionalità dell’Anima Mundi e la terra, come in un antico detto alchemico, “nera più del nero”(Jung), non è più fecondata dallo spirito immaginale, mentre la colomba, tertium oppositiorum, simbolo dell’unione, è rimasta a terra piuttosto che librarsi nell’aria per congiungere ciò che il divino ha sempre unito.

La spiga di Demetra-Kore è stata recisa, addormentata e coperta dal manto di neve in una terra fredda e sterile; Demetra la madre terra è adirata e a lutto poiché la sua parte giovane e verginale, Kore, è stata rapita ed il ‘sopra’ ha perso i contatti con il ‘sotto’: c’è frattura e separazione. La ciclicità come modello di pensiero e di comunicazione, il rispetto del ritmo, la conoscenza del tempo del Kairos, rappresentano alcune delle matrici per la comprensione della dimensione dell’inconscio collettivo; il rito, danza mitica per percorrere i sentieri del sacro, non ha più un temenos dove potersi manifestare e la luce di Apollo cerca di penetrare massivamente nelle azioni di Hermes: allora tutto appare, si mostra virtualmente, asetticamente, le parole hanno smarrito il fascino ed il valore della pregnanza emotiva  tradendo la funzione dell’immaginazione comunicativa che si pone come uno spartiacque borderline tra il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile, la parola e il silenzio.

La verticalità ovvero la profondità del pensare ha ceduto il posto all’orizzontalità dell’appiattimento; l’allineamento delle coscienze e l’omologazione del pensiero non sono più in grado di ospitare, come tipico della cultura mediterranea, la tolleranza e la diversità; il fondamentalismo religioso ha relegato il senso della religiosità unicamente nei meandri narcisistici delle confessioni religiose e nelle proprie menti, ricorrendo all’immagine alchemica del “leone che mangia il cuore”(Jung), non permettendo pertanto all’atteggiamento religioso di abitare nella nobiltà del cuore,e facendo germogliare  una sorta di oscurantismo che fa della coscienza una meteora che vaga in una volta celeste, buia, ovvero disorientata, priva di stelle lucenti.

Allora l’altro, “lo straniero” (Camus), è visto come un rivale da abbattere e distruggere; Thanatos ha preso il posto di Eros piuttosto che vivergli accanto, mentre il monoteismo psicologico è diventato il centro gravitazionale attorno a cui  la molteplicità degli dei è avvertita come un vuoto paganesimo, metafore morte, statue di marmo prive di un’Anima, utilizzate come ornamento in un giardino abbandonato.  La bellezza sulfurea di Afrodite, lo specchio riflettente di Atene, l’ermeticità di Mercurio, le iniziazioni ai misteri di Dioniso, la follia del dio Pan, la luce di Apollo, sono diventate parole vuote e metafore inconsistenti…e “gli dei sono diventati malattie”(Jung).

Le immagini scisse dal sentimento e dal pensiero creativo, flessibile e divergente non abitano più nei luoghi familiari, non popolano le dimore di Estia, dea dell’intimità e dell’interiorità e allora l’azione spettacolare, eclatante  non crea immagini ma tende virtualmente  a riproporre coattivamente una  gli aspetti ancestrali, arcaici e primitivi della Psiche. Il temenos del dio Eros è stato profanato e il daimon della sospensione fenomenologia è stato soppiantato dall’impulso ad agire, subito, in fretta, senza circumnavigare, come nel movimento della spirale, intorno al castello del re.

Racchiuso nella sua mutacica sofferenza, privo dell’aiuto divino, allontanatosi dall’unione col cosmo, il re attende in silenzio che l’imaginatio risveglia la coscienza e che la gestal  ristabilisca la comprensione olistica, piuttosto che quella parcellizante e frammentaria; allora l’istinto naturale pascola per campi infiniti e la coscienza, come un albero cresce verso l’alto dimenticando le radici del passato, del microcosmo – macrocosmo e della scintilla divina plotinica presente in ognuno come tensione verso il non conosciuto e tutto ciò che non è lecito sapere con i semplici strumenti della ragione.

Pertanto l’immaginazione diventa, come sempre, la linfa che scorre nelle venature degli alberi: nutre, bagna, rinnova e trasforma ciò che è Senex, quest’ultimo vero archetipo della struttura della coscienza, nonché depositario degli schemi prefissati e prestabili, oppone resistenza al cambiamento e a nuove prospettive che si affacciano sui davanzali delle finestre della nostra interiorità e di quella del mondo. L’immaginazione, secondo tale prospettiva, dà un respiro profondo e cambia la visione di sé stessi, permette l’incontro ed il confronto, come quando puntualmente sogniamo nella braccia di Morfeo, con una realtà altra da noi, sconosciuta, eppure che ci abita e attraversa le porte ermetiche delle immagini notturne, in quanto “l’immaginazione non crea le immagini, ma le distorce”(Bachelard), apre una ferita nella forma, un varco in cui penetrare per cercare i misteri dell’eternità…la ferita del re, il santo Graal.

L’attività immaginativa si nutre del mondo notturno, popola i sogni, impedisce di rimanere intrappolati negli aspetti emozionali – istintivi e come in una tela di Chagall si creano figure e forme che si pongono all’attenzione del pensiero per elaborare, riflettere, comprendere e trasformare la realtà interna ed esterna. In questo dialogo dialettico tra il pensiero e l’immaginazione, la coscienza può procedere non per salti, movimenti rapidi e bruschi, ma appoggiando i piedi nell’esperienza della materia, nel costante e faticoso lavorio su sé stessi, col confronto con le immagini e la comunicazione che il sociale pone e con quelle che ci visitano di notte che spesso sono, come accade nei sogni, una compensazione  al narcisismo dell’Io: raddrizzare il timone,gradualmente seguire la rotta, secondo i movimenti e le pieghe dell’inconscio, con la consapevolezza di fare parte di un ampio processo circolare, essendo al timone, approdare in porti sicuri e ri-salpare per nuove acque.

La strada dell’immaginazione però non è una via facile, priva di pericoli ed insidie; lo sapevano bene gli alchimisti quando ammonivano gli uomini ad immaginare con la “vera imaginatio” (Jung) il processo di trasformazione dei vili metalli nell’oro filosofico. Infatti una delle ombre dell’immaginazione  è l’imitatio, una specie di copia del modello ideale identificandosi con esso, acquisendo sicurezza e protezione, poiché i sentieri sono già stati battuti da altri e la via non è sconosciuta.Con l’imitatio, si ha la certezza  di aggrapparsi  al già esistente, piuttosto che sperimentare da sè il viaggio dell’Anima. L’immaginazione invece apre la strada ad essere iniziati ad una modalità di pensiero e di comunicazione che affonda le radici nell’inconscio e nel mondo degli istinti, che dal punto di vista psicologico:“comincia nella confusione e nell’arretramento, una oscurità caratterizzata dalla perdita del modello e del potere. Essere nudi, impotenti, sanguinanti, doloranti, soli, impreparati al compito che ci attende e bisognosi degli anziani, sentirsi spaventosamente giovani”(Hillman).

L’attività immaginativa richiede non una contemplazione ascetica, ma genera caos, nel senso che destruttura gli schemi ipertrofici della coscienza e della comunicazione rigida e schematica delle concezioni note, immette l’individuo a contatto eticamente con le luci e le ombre della propria interiorità e, come in un dipinto del Caravaggio, la penombra diventa il topos psichico con cui confrontarsi.

Il potere dell’immaginazione come ben evidenzia il Libro di Lambsring, presuppone la morte del re da parte del figlio come condizione necessaria per un processo di rinascita di entrambi, uniti dalla guida alata di Mercurio:”Il bagno di rinnovamento del vecchio re provoca la sua miracolosa rinascita nel figlio. Emergendo dalle acque unificanti della solutio padre e figlio sono seduti sullo stesso trono con Mercurius. La sua presenza completa l’identità di padre e figlio all’interno di una struttura trinitaria.”(in Fabricius).

In termini psicologici ciò significa che ogni coscienza e comunicazione schematica, rigida, preordinata, deve essere metaforicamente uccisa per dare spazio al rinnovamento e alla rinascita di una nuova acquisizione nata dalla capacità di poter integrare nella luce della coscienza parti del mondo immaginale, dell’inconscio personale e collettivo. Tutto ciò comporta la caduta del vecchio re,( una vecchia visione del mondo) che lasciato da solo, con le sue ferite è in attesa del giovane Parsifal che emette la domanda cruciale che era sfuggita a menti troppo letteralizzate e poco immaginative: dove è il Graal?, ovvero dove è il Centro?. L’immaginazione,e questo lo sa bene chi la utilizza come pratica di conoscenza di se stessi ed attività terapeutica, porta al centro del fenomenico, lo commenta, amplifica, trova connessione, intrecci, analogie, metafore, per arrivare all’intima essenza, alla quinta essenza, ovvero al Sé, la meta del processo di individuazione, “divieni ciò che sei”(Jung).

L’imaginatio, quella vera, implica l’atto del vedere con gli occhi dell’Anima, apre una “pausa nella narrazione”(Bachelard), stimola la coscienza a perdersi creativamente nel labirinto di Crosso per trovare soluzioni inventive al blocco, allo scacco matto in cui la vita e l’esistenza spesso conduce, a  livello individuale e collettivo. Come l’irrigazione nei campi, l’immaginazione è un contenitore della rugiada mattutina, stimola creativamente e accompagna con la freschezza dell’intuizione il pensiero razionale, esplorando le caverne buie dove alloggiano draghi e figure uroboriche e il cui risveglio a volte necessario mette a dura prova la determinazione, la costanza dell’individuo e del sociale. Percorrere i meandri di immagini bizzarre ed invalidanti è un pericolo che accompagna ogni viaggio per la conquista della conoscenza  e degli aspetti paradossali di ogni comunicazione e la capacità di poter affrontare il monstrum è quella di ‘possedere’ la passione  piuttosto che ‘essere posseduti’ dalla passione, in quanto dalla solidità, dalla stabilità e dalla identità flessibile della coscienza  dell’io è possibile dialogare col mondo immaginale senza essere travolti e inflazionati, pena il deragliamento della coscienza, con un viaggio senza ritorno, nelle zone desertifiche della Psiche.

Pertanto guardare i fenomeni della comunicazione che accadono dalla prospettiva del pensiero immaginale,comporta la presenza di una coscienza che sappia reggere gli urti delle immagini patologizzanti, accogliendo nel proprio ricettacolo, come una madre personale e archetipica, la nascita di un bambino umano e divino, simbolo per eccellenza di quello che deve ancora avvenire.

Nel confronto con le immagini inconsce, quando si decide di aprire la porta “all’ospite straniero che bussa di notte”(Jung), lo psicologo che ha scelto la strada della comprensione simbolica della comunicazione, sa bene che questa è una conoscenza che deve avere al proprio fianco un tipo di pensiero particolare, non quello razionale e reale, importante in ogni processo di stabilità e di organizzazione, ma sa che solo questo risulta insufficiente,carente e non comprensivo della totalità del sapere. Pensare per immagini, e oserei dire comunicare per immagini, è uno stile particolare di pensiero; l’acquisizione della meta e dell’obiettivo, avviene non secondo un modello lineare e unicamente basato sulla legge di causa – effetto, ma attraverso percorsi, strade e itinerari  di  connessioni analogiche che al pari degli assi cartesiani rappresentano i veri nodi, punti di incontro, il cui fulcro è costituito dalla conoscenza simbolica ed immaginale. In tale contesto il pensiero (e la comunicazione)che nasce viene costruito gradualmente, non è già dato in maniera preconfezionata, non nato ancora all’orizzonte, segue il ritmo ciclico della spirale piuttosto che quello di una retta all’infinito; è una coscienza comunicativa che sullo sfondo dell’immaginale collega miticamente  gli eventi e i fenomeni, si sintonizza  lungo il tempo dell’esperienza psichica  e, come un artigiano o un alchimista che lavora al crogiuolo, rispetta ciò che è in nuce aprendosi ad una concezione ciclica del tempo, richiamando il “mito dell’eterno ritorno”(Eliade). La ricerca da parte del pensiero divergente del suo fratello gemello, il pensiero convergente, in tale contesto può avvenire,come indicato dallo stesso Jung nei suoi molteplici scritti, ripescando creativamente la conoscenza e il significato dei simboli presenti nella visione alchemica, ricca di enigmi e autentici  tesori per poter esplorare le strutture  mitiche dello sviluppo della coscienza solare: mi riferisco alla fase  della nigredo, albedo e rubedo, come stadi immaginali che  delineano e strutturano le diverse fasi della nascita della formazione del pensiero simbolico, integrando la legge di causa –effetto con una approfondita riflessione sulla  epistemologia dei fenomeni di sincronicità con cui spesso nelle nostre ricerche  teoriche ed terapeutiche veniamo in contatto senza a volte sapere dare una adeguata collocazione a vari livelli.

Come Teseo nel labirinto di Cnosso  aveva deciso di affrontare il Minotauro, dopo aver usato la forza sapeva che  occorreva l’astuzia, quella che proviene dal mondo dell’Anima, archetipo del Femminile e del senso della vita, rappresentato simbolicamente nel racconto dal  filo di Arianna. Da questa compresenza dell’Anima sulla scena dell’incontro col monstrum che si struttura per la coscienza dell’eroe  una dimensione che suggerisce, propone, inventa, crea soluzioni e stratagemmi per affrontare i pericoli che ogni uomo incontra quando abbandona il castello delle certezze e delle sicurezze per mettersi alla Cerca, seguendo quello che i propri compiti etici gli impongono a favore di un telos non  unicamente personale ma anche archetipico.

Avere il contatto col filo, retrocedere sui propri passi, essere collegati dal dentro al fuori, sperimentare una dimensione nuova ed unica, relazionarsi con la dimensione Anima, permette all’umano di riprendere il cammino con la consapevolezza che l’immagine e il simbolo mutano e rigenerano il pensiero razionale, restituendogli la freschezza, l’orientamento e la luce  della stella mattutina, indispensabile per ogni processo comunicativo creativo.

L’immaginazione richiede dunque disciplina, impone all’individuo un atto di responsabilità e di etica poiché il confronto con le forze irrazionali induce la coscienza individuale a un’attenzione fluttuante per canalizzare l’energia numinosa costruttiva/distruttiva connessa  ad ogni processo trasformativi, ogni volta che la materia e lo spirito decidono di incontrarsi  per far nascere qualcos’altro…. l’Anima, il terzo che congiunge gli opposti. Il confronto con la dimensione archetipica, attiva la fuoriuscita della libido che può imboccare sentieri distruttivi, inflazionando la coscienza dell’Io e come avviene nei processi psicotici, producendo una frammentazione della centralità, vivendo il naufragio in un mare tempestoso su una nave senza nocchiero. La capacità di rimanere attenti e vigili alle immagini, da parte di una coscienza stabile ma curiosa di varcare le mitiche colonne d’Ercole permise allo psicologo zurighese di superare l’allagamento emozionale:

“Finchè riuscivo a tradurre le emozioni in immagini, e cioè a trovare le immagini che in esse si nascondevano, mi sentivo interiormente calmo e rassicurato. Se mi fossi fermato alle emozioni, allora sarei stato distrutto dai contenuti dell’inconscio. Forse avrei anche potuto scrollarmele di dosso, ma in tal caso sarei caduto inesorabilmente in una nevrosi, e alla fine i contenuti mi avrebbero distrutto ugualmente. Il mio esperimento mi insegnò quanto possa essere d’aiuto- da un punto di vista terapeutico- scoprire le particolari immagini che si nascondono dietro le emozioni.”(Jung)

Gli enigmi della mente affascinano l’uomo primitivo e arcaico che è dentro ognuno e che desidera essere portato sulle spalle dall’uomo civile, in un costante confronto dialogico evitando identificazioni massive e inflazioni. L’immaginazione cambia lo sguardo, spinge lo spettatore ad essere attore, munito di una responsabilità etica per accogliere in maniera ospitale lo sconosciuto, lo straniero  con cui arrivare a un patto, prospettando l’idea della continuità, piuttosto che quella della segmentarietà, tra il dentro e il fuori. L’immaginazione ci ricorda che la ricerca del Sè è  il compito di ogni processo individuativo e che rappresenta il senso della vita, mentre il lavorio con le immagini, i processi di riflessione e della comunicazione  della realtà   diventano lo sfondo  a cui guardare quando le prove diventano difficoltose, impervie e che in fondo la complessità dell’esistenza è racchiusa in un granello di semplicità.

L’immaginazione intesa in tale senso, sullo scenario della costruzione e dell’acquisizione della conoscenza, permette all’individuo e al collettivo di dare spazio ad un atteggiamento del pensiero sensibile, fluido, circolare che parte dall’autenticità del proprio essere, senza rimuovere le ombre, da quello che ognuno è, per proiettarsi alla ricerca di soluzioni  che costantemente inducono a guardare, regarder, sporgersi con gli occhi oltre il muro della propria ristretta e limitante visione.

Lo sguardo del pensiero e di ogni autentica comunicazione  ha bisogno di spingersi oltre il noto, non in una sorta di operazione speculativa e metafisica che allontana dalla realtà e dalla materia, poiché l’immaginazione, come ben sapevano gli alchimisti,  ha connessioni ed intrecci col corporeo, il fenomenico, dal momento che l’alchimista operava agendo sulla materia, rintracciando in essa, dopo vari processi trasformativi la quinta essenza, la pietra filosofale, il Sé. In ambito psicologico questo insegnamento, secondo una prospettiva immaginale e non nominalista, permette di evidenziare che la realtà psichica ha una sua valenza troppo spesso trascurata e che inoltre ogni processo di conoscenza passa attraverso l’unione tra l’artifex e la materia,così come avviene in ambito psicoanalitico ogni processo creativo attiva il transfert e il controtransfert, come nell’opus  dello scultore e di ogni artista esiste un reciproco scambio e cambiamento tra l’io e il tu,  dentro di noi e là fuori, in una sorta di contaminato reciproca,  superando il dualismo degli opposti che la coscienza intrinsecamente ha trovato sulla strada dell’evoluzione per acquisire metodiche e prospettive che integrano, amplificano e allargano gli orizzonti quotidiani. Pertanto immaginare diventa un’azione che porta all’immaginar-si, che mette al centro del processo di trasformazione l’uomo stesso, colmando la scissione operata dal pensiero cartesiano tra materia e spirito, ponendosi come un avvolgimento sulla propria interiorità per dare senso e significato ad una civiltà, che sempre di più oggi si è allontana dal divino inteso come forza archetipica e numinosa, per manipolarlo a  proprio uso e consumo, secondo  progetti di supremazia e di repressione della diversità  dell’Altro.

“Non conosco la ragione dei suoi sintomi ma potrebbe raccontarmi i suoi sogni” (Jung) ed allora il racconto del sogno, acquista una pregnanza prospettica e scientifica dando valore a ciò che è racchiuso nelle “memorie dal sottosuolo”, (Dostoevskij) e il terapeuta insieme al paziente scandagliano il mondo del delirio e di ciò che apparentemente risulta indecifrabile ed incomprensibile. Il lavoro col sogno (che esiste accanto al racconto della vita reale e quotidiana e delle dinamiche relazionali) conduce il terapeuta a sintonizzarsi con il linguaggio analogico del paziente, imbevuto di metafore e di fantasie inconsce, a cogliere la comunicazione dell’indicibile, del non verbale, del rimosso e dei desideri seppelliti nella morsa dei sintomi che a volte non danno respiro, per tentare, quando è possibile, di trasformare il tutto in un linguaggio condiviso dagli altri e in un pensiero ed in una comunicazione  creativo.  Allora partendo dalle immagini oniriche, il lavoro si insinua e penetra come un’acqua nei luoghi deserti, nelle zone geografiche della Psiche rimaste aride di energia trasformativa che tende all’amore per la vita e per ciò che esiste là fuori, ovvero l’Altro diverso da Sé. Tutto ciò avviene senza violenza, senza atteggiamenti intrusivi o irridenti, privilegiando  per un determinato momento l’utilizzo delle metafore e percependo emotivamente, con il pensiero e con la coscienza quell’atmosfera.

Ma come ogni terapeuta, nel lavoro con la dimensione psicotica,  sa di stare con un piede   dentro e uno fuori, ascoltando le proprie ferite facendosi costellare dalle fantasie inconsce della paziente, occorre elaborare ed avere coscienza di ciò che sta accadendo. Questo gli permette di avere la comprensione prospettica del processo dando un senso reale a quello che sta avvenendo affinché la coscienza possa dialetticamente comunicare con l’inconscio senza esserne(come nella psicosi,) sopraffatta a diventare, metaforicamente parlando, un’isola che va alla deriva.

Solo l’integrazione di ciò è che racchiuso nell’ombra della propria storia e nella ferita di non essere più amati può dare luce e trasformare il dolore mutacico in un dolore che ha parola, può essere raccontato e condiviso col terapeuta, liberandosi, miticamente parlando, dell’uroboros per passare alla differenziazione degli opposti, alla nascita dello Io – Tu, alla coscienza che si autoriflette nella solidità psichica di un corpo metaforico e di una relazione autentica.

Se “l’uomo è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (Shakespeare), il  sogno come ipotesi di lavoro per comprendere la realtà interna  e modificare la sua visione ed il suo atteggiamento verso l’esterno, diventa luogo di incontro e di dialogo tra la dimensione inconscia e quella cosciente, apre le porte a ciò che è racchiuso nel proprio passato , il rimosso, e anticipa ciò che è nel futuro: “Ciò significa che il sogno non rappresenta quasi mai un contenuto cosciente, ma porta contenuti che bilanciano l’unilateralità della coscienza (svolgendo una funzione compensatoria) o integrano (svolgendo una funzione complementare) contenuti troppo limitati o troppo poco valutati dalla coscienza (…) i sogni hanno il grande vantaggio di darci dinamicamente, un’autodiagnosi continua di mettere, quindi, in luce anche oscillazioni minime o momentanei difetti nei nostri atteggiamenti o specifici modi di reagire”. (M.L.Von Franz)

Ed allora il paziente  si ri-anima, si incoraggia, occupa lo spazio psichico tra di noi: “Man mano che conosco i miei sogni, conosco meglio il mio mondo interno, divento amico dei miei sogni. In altre parole la profonda connessione con l’inconscio porta nuovamente ad un senso dell’anima, all’esperienza di un vuoto interiore, un luogo dove i significati sono a casa”. (Hillman)

Avere la possibilità di sperimentare che nel proprio spazio interno non esiste solo “un terrore senza nome” (Bion), ma anche delle immagini che gradualmente possono avere connessione e significato, che conducono verso l’intimità con se stessi e con l’altro, percependo il dentro come spazio di accoglienza, può aiutare a sentirsi meno vuoti, poiché alla paziente accade qualcosa che può comprendere e su cui può lavorare con il terapeuta: “Il sogno è un evento che ci accade al di là dell’intenzionalità dell’asse Io – Coscienza e che la consapevolezza di questo accadimento determini la possibilità di sperimentare un vissuto di oggetti e accadimenti interni a sé, nonché di spazio intorno a sé (…) col terapeuta si instaura uno scambio di informazioni attraverso il racconto del sogno e ciò dà la possibilità di una presa di coscienza di un interno a sé” (Castellana).

Il sogno allora fa sentire presenti, non in maniera immobile, rigida, come un “pezzo di legno secco” (parole di una paziente), ma invita al racconto, accompagna la parola al gesto di un corpo che si vivifica dal contatto con le emozioni; fa protendere il paziente in avanti cercando la continuità con le ombre del passato, di quello che silenziosamente è appartenuto ad ognuno e che per varie combinazioni (biologiche, personologiche e ambientali) la vita ha imposto di seppellire o di proiettare come frammenti sparsi là fuori, nella natura, negli oggetti, nelle persone.

Le immagini oniriche, che scaturiscono dalla dimensione psichica interna e che sono collegate spesso con gli accadimenti del mondo esterno, all’inizio sono sfumate, vaghe, ambivalenti e gradualmente con il lavoro analitico acquistano una forma creata nel lavoro comune, con le parole della paziente e con l’interpretazione adeguata e sintonica del terapeuta, con i suoi silenzi e con la consapevolezza psichica della propria dimensione contransferale che ogni esperienza attiva autenticamente nel terapeuta, costellando l’archetipo del guaritore ferito: “Ciò significa che non solo il paziente ha un medico dentro di sé, ma che anche nel medico esiste un paziente” (G.Craig)).

Se “quel sogno è l’ospite straniero venuto sia dal mondo celeste che da quello degli inferi” (Jung),  allora il sogno ci mette in contatto con qualcosa di sconosciuto; nel sogno abita lo straniero non solo personificato ma anche il non-progettato, non ancora delineato; luogo dove dimorano i simboli, prima materia di cui si nutre il mondo psicotico, poiché il pensiero, metaforicamente parlando, ha abdicato di fronte a Thanathos fuggendo da Eros, dall’amore per la vita. In tale contesto il sogno diventa una strada per comprendere ciò che accade e progettare, per i nostri pazienti un’esistenza qualitativamente profonda fatta di dentro e fuori, interno ed esterno, psicologico e sociale.

Fare rinascere la capacità di ri-sognare, seppellita e accantonata sotto la terra della propria storia personale, familiare e sociale, (come accade nella dimensione psicotica)  vuole dire restituire all’Io (scisso, fragile e inflazionato) la funzione cognitiva ed affettiva di tollerare le frustrazioni ed accettare l’appagamento simbolico oltre che trarre soddisfacimento in luogo del puro narcisismo del sonno. In tale ottica il sogno si pone come la funzione o struttura intra-psichica creativa, favorendo il passaggio dal fantasticare alla presenza dell’immaginazione connessa al sogno e alla realtà: “Il fantasticare rimane un fenomeno isolato che assorbe energia ma non contribuisce né al sogno né alla vita”. (S. Resnik)

Sognare, pertanto, è un atto creativo, mette direttamente in contatto con le contraddizioni vitali dell’esistenza; ci permette di ricordare (da recorder: di nuovo col cuore), ricostruendo o costruendo un nuovo orizzonte: “Andare a dormire significa quindi assumere le frontiere stesse della vita (…) lo spazio del sonno è allo stesso tempo il luogo dove uno può abbandonarsi, riposare dalla lotta quotidiana, regredire; ma anche un’esperienza di piccola morte, esperienza passiva di fronte alla separazione dalla luce del giorno per andare incontro al mondo delle ombre (…). Essere nel mondo significa essere visto, esistere, vedere, essere opaco e trasparente insieme (…). Il mondo del sogno è un modo di rappresentarsi il mondo, un modo di vivere la vita e la morte, il fluttuare del tempo, lo scorrere del fiume”. (S. Resnik)

BIBLIOGRAFIA

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