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Accerchiate come anime silenti in cerca di quadrati magici dove incontrare le parole seppellite da angeli e demoni incatenati dalle letteralizzazioni dell’Io…le parole, metafore morte, incatenate ai pilastri della Ragione, sommessamente bisbigliano il proprio dolore, il dolore dell’Anima che lentamente e malinconicamente cerca la parola perduta, la parola sacra, da “sacer”, “fare oscurità”: la parola, carne dell’Anima, anela allo spirito raggomitolato nei rosoni di cattedrali gotiche accartocciate su se stesse, coperte dalla coltre di neve di una religione che ha fatto di Dio un terrore senza nome, uno sguardo terribile e punitivo, privo della gioia mistica di una Santa Teresa d’Avila, di un San Francesco e di una Ildegarda di Bingen. Nel silenzio e nel buio della notte, la parola poetica diventa bussola lunatica nei mari tempestosi di amori liquidi e di inquietudini che, come un ruggito di un leone, cercano di sfuggire alla noia incalzante, accarezzando in giardini alchemici fate, gnomi e folletti che ricordano il mistero che accompagna ogni crescita: la perdita malinconica del fanciullo divino dormiente in ognuno di noi. Come la punta dell’unicorno, la parola poetica risveglia antiche visioni, tocca ferite mai trasformate in cicatrici da cui zampilla sete di conoscenza, solitudine affollata, ricerca del Santo Graal, femminile che tutto accoglie restituendola al libero fluire della vita. La parola poetica, al ritmo sinuoso di una danza dervisci, si arrotola su se stessa, ferma il movimento e nella pausa dell’attimo narra la tragicità dell’esistenza, ricordandoci che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Siamo realtà o immagini, sogno o veglia?

Eppure, quella stessa parola squarcia la freddezza sterile di Saturno, signore del tempo, recide i lacci emotivi dell’umano, castigato dall’Amore a non poter restare da solo, condannato alla relazione come percorso necessario in ogni processo per divenire ciò che si è. E’ nella parola, ferma come un funambolo di nietzchiana memoria, che l’eternità accarezza con la sua invisibile mano, come in ogni processo creativo, la mente, il cuore e il corpo di noi mortali alla perenne ricerca dello straordinario nella semplicità e nella follia…l’uomo è colpito da ciò che è straordinario. La parola, come in un quadro di Magritte (una coppa dentro la quale è depositata una nuvola), sospende, sussurra, bisbiglia o urla il silenzio della morte/vita, ribellandosi ad un Dio che ha abbandonato sulla croce il proprio figlio per poi contemplare il tutto con la flessibile certezza della coscienza che tutto è giusto e perfetto…tutto è compiuto.

In questo tempo, la parola è spazio, reverie, luogo che accoglie la ricerca di Orfeo e lo sguardo rivolto agli inferi di Euridice. In questa tensione di opposti, il simbolo viene alla luce come un cervo che compare in un bosco all’improvviso senza avvisare. E la realtà diviene simbolo, parola bagnata dalla rugiada del roseto dei filosofi che inumidisce le zolle deserte della nostra Psiche, ricordando che in ognuno di noi gli abissi delle tenebre corrispondono alle vette della luce: “Tu sei sostenuto dalla fede, io dalla follia”.

Eppure la parola poetica, carne dello spirito, peccato umano di arroganza prometeica, diventa pittura sonora, tela di Chagall in cui tutto è possibile, cibo di cui si nutre il sogno, violinisti colorati che suonano sui tetti delle case, persone che danzano con teste di asini…E’ lì che la parola poetica accoglie la tragicità e la gioia della vita, la follia che ci ricongiunge alla divina memoria plotinica, chiave immaginale per aprire i labirinti di Cnosso e danzare nei giardini islamici. Nella parola c’è tutto, come in un mandala tibetano costruito con pazienza e sabbia colorata, dissolto poi nel fiume del Tevere all’ombra della creatività e della distruttività, seguendo le orme e gli esagrammi dell’I-Ching, l’oracolo cinese.

E allora facciamo ritornare la parola stasera, dopo averla tanto declamata negli anfratti e nelle pieghe dell’Anima. Per favore non diamola in pasto al collettivo, non consumiamola con il narcisismo degli oggetti buttati via, o con discorsi vacui. Facciamo ritornare la parola nel buio, nella penombra dei nostri sogni, illuminandola con la luce fioca di una candela, perché Dio cammina con l’uomo, la ragione con il sogno. Non portiamo tutto alla luce ma elogiamo la penombra del sapere…

Eppure, quella stessa parola squarcia la freddezza sterile di Saturno, signore del tempo, recide i lacci emotivi dell’umano, castigato dall’Amore a non poter restare da solo, condannato alla relazione come percorso necessario in ogni processo per divenire ciò che si è. E’ nella parola, ferma come un funambolo di nietzchiana memoria, che l’eternità accarezza con la sua invisibile mano, come in ogni processo creativo, la mente, il cuore e il corpo di noi mortali alla perenne ricerca dello straordinario nella semplicità e nella follia…l’uomo è colpito da ciò che è straordinario. La parola, come in un quadro di Magritte (una coppa dentro la quale è depositata una nuvola), sospende, sussurra, bisbiglia o urla il silenzio della morte/vita, ribellandosi ad un Dio che ha abbandonato sulla croce il proprio figlio per poi contemplare il tutto con la flessibile certezza della coscienza che tutto è giusto e perfetto…tutto è compiuto.
In questo tempo, la parola è spazio, reverie, luogo che accoglie la ricerca di Orfeo e lo sguardo rivolto agli inferi di Euridice. In questa tensione di opposti, il simbolo viene alla luce come un cervo che compare in un bosco all’improvviso senza avvisare. E la realtà diviene simbolo, parola bagnata dalla rugiada del roseto dei filosofi che inumidisce le zolle deserte della nostra Psiche, ricordando che in ognuno di noi gli abissi delle tenebre corrispondono alle vette della luce: “Tu sei sostenuto dalla fede, io dalla follia”.
Eppure la parola poetica, carne dello spirito, peccato umano di arroganza prometeica, diventa pittura sonora, tela di Chagall in cui tutto è possibile, cibo di cui si nutre il sogno, violinisti colorati che suonano sui tetti delle case, persone che danzano con teste di asini…E’ lì che la parola poetica accoglie la tragicità e la gioia della vita, la follia che ci ricongiunge alla divina memoria plotinica, chiave immaginale per aprire i labirinti di Cnosso e danzare nei giardini islamici. Nella parola c’è tutto, come in un mandala tibetano costruito con pazienza e sabbia colorata, dissolto poi nel fiume del Tevere all’ombra della creatività e della distruttività, seguendo le orme e gli esagrammi dell’I-Ching, l’oracolo cinese.
E allora facciamo ritornare la parola stasera, dopo averla tanto declamata negli anfratti e nelle pieghe dell’Anima. Per favore non diamola in pasto al collettivo, non consumiamola con il narcisismo degli oggetti buttati via, o con discorsi vacui. Facciamo ritornare la parola nel buio, nella penombra dei nostri sogni, illuminandola con la luce fioca di una candela, perché Dio cammina con l’uomo, la ragione con il sogno. Non portiamo tutto alla luce ma elogiamo la penombra del sapere…

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Dott.TestaAuthor posts

Il dott. Ferdinando Testa, ha conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,con voti 110/110; ha conseguito la Specializzazione quadriennale post laurea in “Medicina psicosomatica”, presso l’Istituto Riza di Roma/Milano e il diploma di psicoanalista junghiano presso il C.I.P.A.(Centro Italiano di psicologia analitica di Roma) ed è membro dello I.A.A.P., Associazione Internazionale di Psicologia Analitica. E’ iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Sicilia ed è abilitato all’esercizio della libera attività di psicoterapeuta.

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